Il nostro anno in Australia
Se cercate la classica storia dell’Australia come terra dei sogni, spiagge infinite e vita perfetta, probabilmente non la troverete qui.
Per noi l’Australia è stata un mix di emozioni contrastanti, proprio come molti dei luoghi che abbiamo visitato e chiamato casa negli ultimi anni. Viaggiando abbiamo imparato che non esistono destinazioni perfette, luoghi imperdibili o paesi in cui tutto funziona esattamente come ce lo immaginiamo. Esistono invece posti che ci mettono alla prova, che ci sorprendono, che a volte ci deludono e altre volte ci lasciano senza parole.
L’Australia è stata esattamente questo.
Siamo arrivati a Melbourne nel dicembre del 2024 con aspettative altissime. Dopo sette mesi con lo zaino in spalla nel Sud Est Asiatico, eravamo pronti a iniziare un nuovo capitolo: trovare un lavoro, comprare un mezzo e costruire il nostro sogno australiano.
La realtà, almeno all’inizio, fu molto diversa.
Ci ritrovammo a dormire a casa di uno sconosciuto conosciuto online, in un quartiere periferico a sud di Melbourne, senza un lavoro e con l’urgenza di trovare una macchina che ci permettesse di muoverci in un paese grande quasi quanto un continente.
Non è stato semplice. A volte è stato frustrante, noioso e stancante. Ma guardandoci indietro, è stato proprio quel periodo a rendere speciale tutto ciò che è venuto dopo.
Perché dopo mesi di lavoro e sacrifici, l’Australia ci ha ripagato con qualcosa che non avremmo mai immaginato nemmeno nei nostri sogni più lontani: quattro mesi on the road attraverso deserti rossi, coste selvagge, parchi nazionali popolati da creature incredibili, oceani di un blu quasi irreale e cieli stellati così immensi da farti sentire minuscolo.
Ma soprattutto ci ha regalato una sensazione di libertà e connessione con noi stessi difficile da spiegare a parole.
In questo articolo
L'arrivo a Melbourne
Dopo aver trascorso il Natale a Bali tra il profumo dei frangipani e il caldo tropicale indonesiano, il 28 dicembre atterriamo a Melbourne alle sette del mattino.
Siamo assonnati, infreddoliti e decisamente poco preparati alle temperature del sud dell’Australia. Nell’immaginario collettivo l’Australia è sole, spiagge e caldo tutto l’anno, ma quella mattina l’aria pungente ci ricordò subito che la realtà era un po’ diversa.
Nei mesi precedenti avevamo cercato una sistemazione online, ma i prezzi degli alloggi ci avevano lasciati piuttosto sorpresi. Dopo mesi trascorsi nel Sud Est Asiatico, dove raramente avevamo speso più di venti euro per una stanza privata, l’idea di spendere una fortuna per qualche notte in ostello non ci entusiasmava particolarmente.
Fu così che decidemmo di provare Couchsurfing.
Ne avevamo sentito parlare tante volte ma non l’avevamo mai utilizzato. L’idea era semplice: persone comuni che mettono a disposizione gratuitamente un divano o una stanza per ospitare viaggiatori provenienti da tutto il mondo.
Dopo aver inviato più di venti richieste, trovammo Adam.
Non è facile fidarsi quando si cresce in una società che ti insegna a essere diffidente verso gli sconosciuti. Eppure il viaggio, fino a quel momento, ci aveva insegnato una lezione diversa: il mondo è molto meno spaventoso di quanto spesso ci raccontino.
Adam si offrì addirittura di venirci a prendere in aeroporto.
Paradossalmente, quel gesto aumentò ancora di più i nostri dubbi. Siamo così poco abituati alla gentilezza gratuita che spesso facciamo fatica a comprenderla.
E invece Adam era semplicemente una persona generosa.
Restammo a casa sua per quasi tre settimane. Lavorava in una struttura che assisteva persone con disabilità e passava gran parte del suo tempo fuori casa. Più volte cercammo di organizzare una cena insieme per ringraziarlo, ma lui sembrava quasi schivare ogni tentativo di ricevere qualcosa in cambio.
Gli bastava aiutare.
La sua casa era particolare, piena di oggetti, bambole e soprammobili sparsi ovunque. A tratti sembrava l’ambientazione perfetta per un film horror, ma probabilmente era soltanto la nostra immaginazione a cercare qualcosa di strano in ciò che era semplicemente diverso da quello a cui eravamo abituati.
Alla ricerca di un mezzo
Durante quelle settimane passammo probabilmente più tempo fuori casa che dentro.
Ogni mattina uscivamo presto, prendevamo autobus e treni e attraversavamo Melbourne per vedere auto in vendita. Il nostro piano iniziale era acquistare un van e trasformarlo nella nostra futura casa su ruote.
Ben presto però ci rendemmo conto che il mercato era cambiato molto rispetto a quello che avevamo visto online nei mesi precedenti. I prezzi erano elevati, i chilometri spesso infiniti e le condizioni dei veicoli non sempre all’altezza delle aspettative.
Dopo settimane di ricerche decidemmo di cambiare strategia.
Invece di comprare subito un van, avremmo acquistato un’auto affidabile da utilizzare durante il periodo di lavoro e che, una volta messi da parte abbastanza soldi, avremmo trasformato nel nostro mezzo per il viaggio.
Fu così che trovammo lei.
Una Honda CR-V del 2004 con circa 162.000 chilometri. Per gli standard australiani praticamente una ragazzina.
La acquistammo da un meccanico a sud di Melbourne per 6.800 dollari australiani e, nonostante non fosse il van che avevamo immaginato all’inizio, ci sembrò subito la scelta giusta.
Finalmente avevamo un mezzo nostro.
Per la prima volta da quando eravamo arrivati, avevamo la sensazione che il nostro progetto australiano stesse iniziando a prendere forma.
A quel punto potevamo concentrarci sull’altro grande obiettivo: trovare lavoro.
L’idea era trasferirci nella Bellarine Peninsula, dove viveva una mia cara amica dei tempi delle superiori. Dopo tanti anni ci saremmo ritrovate dall’altra parte del mondo e, in quel momento di totale incertezza, sapere di avere un punto di riferimento rappresentava una sicurezza enorme.
Pomodori, caffè e fabbriche di burro
Aprendo i social e guardando la maggior parte dei contenuti sull’Australia, potreste pensare che trovare lavoro in Australia sia la cosa più semplice del mondo.
Video di backpacker che raccontano di aver trovato un impiego il giorno dopo l’atterraggio, stipendi da capogiro e opportunità che sembrano cadere dal cielo.
Come spesso accade, la realtà è un po’ più sfumata.
L’Australia offre sicuramente molte possibilità e il mercato del lavoro è, sotto diversi aspetti, più meritocratico rispetto a quello italiano. Questo però non significa che il lavoro venga regalato, soprattutto se si arriva con un semplice Working Holiday Visa e senza una rete di contatti.
Quando siamo arrivati, inoltre, la nostra situazione era diversa da quella di molti altri backpacker. Prima di partire per il Sud Est Asiatico vivevamo a Londra da diversi anni, dieci per la precisione. Avevamo studiato, costruito una carriera e trovato una stabilità che ci piaceva. Io lavoravo nel marketing, Nico era manager di un ristorante. Avevamo stipendi dignitosi, diritti, una casa e una vita che ci piacevano.
Per questo motivo i primi giorni in Australia furono quasi uno scontro con la realtà. Provai comunque a candidarmi per diverse posizioni nel mio settore. Avevo esperienza, un master conseguito in Inghilterra e un inglese ormai parte della mia quotidianità. Ma la maggior parte delle opportunità erano concentrate nelle grandi città e molte aziende non erano interessate ad assumere persone con un visto temporaneo.
Poi però mi resi conto che, in fondo, non eravamo partiti per fare carriera in Australia. Se quello fosse stato il nostro obiettivo, probabilmente saremmo rimasti a Londra. Eravamo partiti per viaggiare. Così cambiai completamente approccio. Smisi di inseguire un’idea di continuità professionale e iniziai a cercare qualcosa che ci permettesse semplicemente di finanziare il nostro progetto più grande: attraversare l’Australia on the road.
Iniziammo quindi a guardare alle farm e ai lavori stagionali. Pubblicai alcuni annunci sui gruppi Facebook locali, che in Australia continuano a essere uno strumento incredibilmente utilizzato per il lavoro. Nel giro di poche ore iniziarono ad arrivare telefonate e proposte.
Una fabbrica di pomodoro che non garantiva abbastanza ore. Un allevamento da latte con vitto e alloggio incluso, ma in una zona estremamente isolata. Un ristorante italiano sulla costa occidentale, a migliaia di chilometri da tutto quello che conoscevamo.
Erano opportunità valide e sicuramente perfette per chi desiderava accumulare i giorni necessari al rinnovo del visto. Ma noi cercavamo qualcosa di diverso.
Non avevamo bisogno di inseguire il secondo anno. Ci serviva un lavoro stabile, con orari sostenibili e che ci permettesse di costruire, passo dopo passo, il nostro viaggio. Fu così che decidemmo di trasferirci nella Bellarine Peninsula.
Grazie ad alcuni amici trovammo una stanza in una casa condivisa a Leopold, una piccola cittadina non lontana da Geelong.
Condividevamo la casa con altri backpacker: due ragazze cilene e un ragazzo italiano. E fu proprio grazie a uno di quei coinquilini che arrivò la prima vera svolta. Lavorava in una fabbrica di burro a pochi minuti da casa e un giorno ci disse che stavano cercando personale.
Il giorno successivo mi presentai per un colloquio. Due giorni dopo avevo già iniziato a lavorare.
Nel frattempo Nico distribuiva curriculum in caffetterie e ristoranti della zona. Anche lui riuscì a trovare rapidamente un impiego in un locale specializzato in brunch e colazioni.
All’improvviso avevamo tutto ciò che ci serviva. Una casa. Due lavori. Una macchina. E soprattutto un obiettivo.
La mattina caricavamo una vecchia bicicletta trovata nella casa sul retro dell’auto, accompagnavo Nico al lavoro prima dell’alba e poi raggiungevo il mio. Quando Nico finiva il turno passava alla fabbrica, recuperava la bici e pedalava per chilometri fino a casa sotto il sole australiano.
Non era l’immagine dell’Australia che avevamo immaginato prima di partire. Ma era la nostra Australia.
E, senza rendercene conto, stavamo costruendo le fondamenta del viaggio che avrebbe cambiato completamente il nostro anno.
Un'auto che perde olio
Per qualche settimana sembrava che tutto stesse finalmente andando nella direzione giusta.
Lavoravamo dal lunedì al venerdì, avevamo trovato una routine, una casa e persino del tempo per noi stessi. Io avevo ripreso ad andare in palestra e a fare yoga, mentre i weekend trascorrevano tra barbecue, cene e giornate al mare con i coinquilini e gli amici conosciuti sulla Bellarine Peninsula.
Gran parte di quei fine settimana li passavamo a casa di Laura. Laura era l’amica che, in un certo senso, aveva reso possibile il nostro trasferimento sulla penisola. Avevamo frequentato il liceo insieme in Italia e, nonostante gli anni e la distanza, non avevamo mai smesso di seguirci sui social. Quando le raccontai che saremmo partiti per l’Australia, fu una delle prime persone a offrirsi di aiutarci.
Pochi giorni dopo il nostro arrivo ci invitò alla sua cena di Capodanno. Fu quella sera che scoprimmo Ocean Grove.
All’epoca non potevamo saperlo, ma quel piccolo angolo di Australia sarebbe diventato casa nostra per i mesi successivi.
Con Laura fu come se il tempo non fosse mai passato. Ci ritrovammo a parlare e ridere con la stessa naturalezza di due amiche che si erano viste la settimana prima. In un paese lontano dall’altra parte del mondo, la sua presenza rappresentò una sorta di ancora, qualcosa di familiare in mezzo a tutte le incognite che stavamo affrontando.
Insomma, per la prima volta dall’arrivo in Australia, avevamo la sensazione che le cose stessero funzionando. Ma spesso basta un attimo perché tutto cambi.
Una sera, tornando dal lavoro, passammo a salutare il proprietario della casa in cui vivevamo. Mentre ci accompagnava fuori, si fermò davanti alla nostra Honda. “Ragazzi, la vostra macchina perde olio.”
Ricordo ancora lo sguardo che io e Nico ci scambiammo. Non poteva essere vero. Avevamo sentito decine di storie di backpacker che arrivavano in Australia, compravano un’auto apparentemente perfetta e dopo poche settimane si ritrovavano con guasti enormi e migliaia di dollari di riparazioni da pagare.
Erano quelle storie che ascolti distrattamente pensando che succedano sempre agli altri. Finché non succedono a te.
Il proprietario di casa ci consigliò il suo meccanico di fiducia e il giorno seguente Nico portò l’auto a far controllare. La diagnosi iniziale sembrava rassicurante: una piccola perdita d’olio, qualche ora di lavoro e il problema sarebbe stato risolto.
Tirammo un sospiro di sollievo. Ma quel sollievo durò poco. Il giorno fissato per la riparazione il meccanico non aveva tempo. Ci disse di tornare il giorno dopo. E quello dopo ancora.
Nel frattempo continuammo a utilizzare la macchina, convinti che il problema fosse di poco conto. Poi arrivò il weekend. Eravamo fuori quando si accese la spia del motore. All’inizio cercammo di non preoccuparci troppo, ma durante il tragitto verso casa la situazione peggiorò rapidamente. Quando parcheggiammo, la macchina aveva praticamente perso tutto l’olio. Il panico prese immediatamente il sopravvento. Provammo a contattare il meccanico che ce l’aveva venduta, ma non rispose mai. Rintracciammo persino l’officina che aveva rilasciato il certificato di roadworthy, il documento necessario per attestare che il veicolo fosse idoneo a circolare.
Nessuno sembrava disposto ad assumersi una responsabilità. Eravamo completamente soli.
Il lunedì riportammo l’auto dal meccanico. Quel pomeriggio ero al lavoro quando ricevetti un messaggio da Nico. “Quello che sto per dirti non ti piacerà.” Lo chiamai appena terminato il turno. Ricordo ancora perfettamente la sua voce. “Il meccanico dice che la macchina è da buttare.”
Mi mancò il fiato. Scoppiai a piangere. Avevamo comprato quell’auto appena tre settimane prima. Avevamo investito quasi 7.000 dollari australiani e adesso qualcuno ci stava dicendo che non valeva nemmeno la pena ripararla.
Per giorni ci sentimmo completamente bloccati. L’azienda di burro dove lavoravo ci prestò addirittura un van per permetterci di continuare ad andare al lavoro, mentre noi cercavamo disperatamente una soluzione.
Contattammo associazioni di tutela dei consumatori, raccogliemmo documenti, cercammo consulenze legali e passammo serate intere a leggere forum e gruppi Facebook.
Ma ogni strada sembrava lenta, complicata e piena di ostacoli. Quando riportammo la macchina a casa con il carro attrezzi eravamo esausti. Fisicamente ed emotivamente.
Sembrava che il sogno australiano si fosse improvvisamente trasformato in un enorme errore.
Eppure, proprio quando stavamo iniziando a perdere la speranza, arrivò l’ennesima dimostrazione di quanto le persone possano fare la differenza.
La proprietaria del café dove lavorava Nico raccontò la nostra storia al marito, che di mestiere faceva il meccanico. Qualche giorno dopo si presentò davanti casa per dare un’occhiata alla macchina. Ascoltò il racconto, aprì il cofano e decise persino di accenderla.
Dopo pochi secondi, sorrise. “Il motore gira benissimo. Non credo assolutamente che questa macchina sia da buttare.”
Io e Nico ci guardammo increduli. Per la prima volta dopo settimane intravedevamo uno spiraglio. Ci consigliò un meccanico specializzato, italiano per giunta, e due giorni dopo la Honda era in officina.
La diagnosi definitiva fu molto diversa da quella ricevuta in precedenza. L’auto aveva un problema, ma assolutamente riparabile.
Costo dell’intervento: circa 700 dollari. Non i 15.000 che, secondo il primo meccanico, avrebbero reso più conveniente rottamarla.
Certo, avremmo potuto spendere ancora meno se il problema fosse stato individuato subito, prima che l’olio si svuotasse completamente. Ma in quel momento non ci importava. Dopo pochi giorni avevamo di nuovo la nostra macchina.
Guardandola parcheggiata davanti a casa ci sembrava quasi impossibile. Quello che solo una settimana prima appariva come un disastro senza soluzione si era trasformato in una semplice deviazione lungo il percorso.
E senza saperlo, quella vecchia Honda aveva appena superato il primo di molti test che l’attendevano.
Non abbiamo mai capito davvero cosa fosse successo con quel primo meccanico. Forse non aveva voglia di occuparsi del problema, forse non si sentiva in grado di farlo, o forse semplicemente non si fidava di due backpacker appena arrivati in Australia. Qualunque fosse la ragione, ci aveva fatto perdere tempo, soldi ed energie in un momento in cui ogni minuto e dollaro contavano.
Alla fine, però, quella storia ci lasciò qualcosa di positivo. Non solo avevamo di nuovo la nostra macchina, ma avevamo anche trovato un meccanico onesto e competente che sarebbe diventato il nostro punto di riferimento per il resto dell’anno.
In quel momento ci sembrava già una piccola vittoria. Col senno di poi, fu semplicemente il primo di tanti imprevisti che avremmo affrontato lungo la strada.
Lavoro, lavoro, lavoro
A un lavoro se ne aggiunsero presto altri.
Il nostro obiettivo era mettere da parte più soldi possibile. Anche se questo significava lavorare sette giorni su sette e rinunciare quasi completamente al tempo libero.
Grazie agli amici e alle conoscenze che stavamo costruendo sulla Bellarine Peninsula trovammo presto qualche turno extra nei weekend. Lavoravamo in un ristorante dalla mattina fino al primo pomeriggio e, nelle giornate più impegnative, venivamo chiamati anche da un altro locale per eventi e serate particolarmente affollate.
Le settimane iniziarono a seguire sempre lo stesso ritmo. Sveglia presto, lavoro, casa, cena e poi di nuovo da capo.
Era stancante, certo. Ci furono giorni in cui avremmo voluto semplicemente spegnere la sveglia e restare a letto. Ma ogni turno in più, ogni weekend passato a lavorare, aveva uno scopo preciso.
Ogni dollaro risparmiato ci avvicinava un po’ di più a quel sogno che avevamo coltivato per anni: attraversare l’Australia on the road senza fretta, seguendo la strada e poco altro.
Con la fine dell’estate, però, iniziarono ad arrivare i primi cambiamenti. La stagione turistica rallentò e con lei anche il lavoro. Per me la situazione rimase abbastanza stabile grazie alla fabbrica di burro, dove le giornate continuavano a essere piene e gli orari regolari. Per Nico, invece, le cose iniziarono a complicarsi.
Al café le ore vennero progressivamente ridotte e ben presto si ritrovò a lavorare poco più di venti ore a settimana. Anche uno dei ristoranti per cui lavoravamo nei weekend smise di chiamarci.
Non era una situazione drammatica, ma abbastanza da ricordarci quanto velocemente le cose possano cambiare quando si vive dall’altra parte del mondo con un visto temporaneo.
Poi, quasi all’improvviso, arrivò l’occasione giusta. All’inizio di marzo si liberò una posizione nel reparto produzione della fabbrica dove lavoravo e Nico decise di candidarsi. Nel giro di poche settimane venne assunto.
A un lavoro se ne aggiunsero presto altri.
Fu una svolta enorme. Per la prima volta da quando eravamo arrivati in Australia lavoravamo nello stesso posto, con gli stessi orari e gli stessi giorni liberi. Niente più corse tra un lavoro e l’altro, niente più problemi logistici per gestire una sola macchina e due impieghi diversi.
Ogni mattina entravamo insieme in fabbrica e ogni pomeriggio uscivamo insieme. Non era certo il futuro che ci eravamo immaginati quando vivevamo a Londra, ma in quel momento era esattamente ciò di cui avevamo bisogno.
Più ore, più stabilità e soprattutto la sensazione che il nostro piano stesse finalmente prendendo forma. Il conto dei risparmi in banca cresceva lentamente e, con lui, anche l’entusiasmo per quello che sarebbe arrivato dopo.
L’Australia che sognavamo era ancora lì fuori ad aspettarci. E per la prima volta avevamo la sensazione di essere davvero vicini a raggiungerla.
Trovare casa
Uno degli aspetti più difficili del vivere all’estero è trovare una casa. O, più realisticamente, una stanza che possa essere chiamata casa almeno per qualche mese.
Fino a quel momento avevamo vissuto nella casa dei backpacker di Leopold. Non era perfetta, ma ci aveva accolto in un momento in cui avevamo bisogno di un posto economico da cui ripartire. Inoltre ci aveva permesso di conoscere persone provenienti da ogni parte del mondo.
Sapevamo però fin dall’inizio che sarebbe stata una sistemazione temporanea. Il proprietario della casa era anche il titolare di una farm di patate e quell’abitazione era destinata principalmente ai lavoratori stagionali. Ci aveva avvisato subito che, nel momento in cui gli fossero servite le stanze, avremmo dovuto trovare un’altra sistemazione.
E quel momento arrivò prima del previsto. Con l’inizio della stagione del raccolto, la casa iniziò a riempirsi sempre di più. A fine marzo eravamo in nove persone a condividere un solo bagno. La cucina era costantemente occupata e c’era un continuo via vai di gente che arrivava e ripartiva.
Come spesso accade nelle case condivise, più aumentavano le persone e più diminuiva la collaborazione. La pulizia iniziò a peggiorare e le prime tensioni non tardarono ad arrivare.
Ma il punto di rottura arrivò un pomeriggio, quando tornammo a casa dopo il lavoro e scoprimmo che era comparsa una decima persona. Una ragazza portoghese appena assunta nella farm. A quanto pare avrebbe dormito sul divano del soggiorno fino a quando noi non avessimo trovato un’altra stanza.
Fu in quel momento che capimmo che era davvero arrivato il momento di andarcene. Ci mettemmo subito alla ricerca di una nuova sistemazione e, nel giro di pochi giorni, trovammo una stanza in un piccolo bungalow vicino al mare a Portarlington, una tranquilla cittadina affacciata sulla baia, non troppo distante da Ocean Grove e dal nostro lavoro.
Nel giro di una settimana avevamo già impacchettato tutte le nostre cose. Che, a dire il vero, non erano poi molte.
Condividevamo la casa con Samantha, una donna australiana sulla quarantina che lavorava come copywriter freelance. Aveva uno stile di vita piuttosto particolare: passava qualche settimana lavorando da casa e poi spariva per un mese intero, lasciandoci praticamente l’abitazione tutta per noi. Amava organizzare cene improvvisate e bere un bicchiere di vino a qualsiasi ora del giorno. Noi, invece, adoravamo la tranquillità di quel posto.
Per la prima volta da quando eravamo arrivati in Australia avevamo una casa accogliente, vicina al mare e abbastanza nostra da permetterci di rallentare. Sembrava tutto perfetto.
Poi arrivò l’inverno. E con lui il freddo. La casa era tutt’altro che isolata. Non aveva un sistema di riscaldamento adeguato e, ogni volta che accendevamo più di due termosifoni elettrici contemporaneamente, saltava la corrente.
All’inizio cercammo di adattarci. Poi iniziammo a lamentarci con la proprietaria. Peccato che fosse praticamente impossibile parlare con lei. Non l’avevamo mai incontrata di persona e Samantha ci aveva già avvertiti che non era particolarmente incline al dialogo.
Aveva ragione. Quando le spiegammo la situazione, ricevemmo una risposta piuttosto aggressiva. Disse che non aveva intenzione di spendere soldi per sistemare la casa, che aveva già un mutuo da pagare e che, se avevamo freddo, potevamo semplicemente comprare una coperta elettrica.
Non era esattamente la risposta che speravamo di ricevere. Così iniziammo, ancora una volta, a cercare casa. Senza grandi risultati.
Finché una sera arrivò la soluzione più inaspettata. Eravamo al pub con un ex collega e la sua compagna, Tom e Lou, quando il discorso finì inevitabilmente sulla nostra situazione abitativa. Raccontammo del freddo, dei problemi con la proprietaria e delle difficoltà nel trovare qualcosa di meglio. Loro si guardarono per un attimo e poi ci dissero che avevano un piccolo appartamento accanto a casa loro.
Durante l’estate lo affittavano su Airbnb, ma in inverno rimaneva completamente vuoto. Non aveva una lavatrice, ma era moderno, luminoso e dotato di tutto ciò che ci serviva. Inoltre erano disposti ad affittarcelo allo stesso prezzo che stavamo pagando in quel momento, con il Wi-Fi incluso.
Quella stessa sera ce lo mostrarono. Ci bastò entrare per capire che era il posto giusto. Era piccolo, ma pieno di luce. Una zona giorno con cucina, una camera accogliente, un bagno moderno e un giardino condiviso con veranda e barbecue. Aveva qualcosa che nessuna delle altre case aveva mai avuto. Sembrava casa.
Accettammo immediatamente. Per lavare i vestiti saremmo semplicemente andati alla lavanderia una volta a settimana.
Quando comunicammo la nostra decisione alla proprietaria del bungalow, la situazione degenerò ulteriormente. Iniziò a inviarci messaggi minacciosi sostenendo che avremmo dovuto dare un mese di preavviso e arrivò persino a dire che avrebbe contattato l’immigrazione per farci revocare il visto. Un’affermazione assurda e completamente priva di fondamento, oltre che illegale e accusabile di razzismo.
Con l’aiuto di ChatGPT le rispondemmo in modo fermo e molto formale. Non ricevemmo più alcuna risposta.
Qualche giorno dopo scoprimmo persino che, durante un weekend in cui eravamo a Sydney, era entrata nella nostra stanza per mostrarla a possibili futuri inquilini senza avvisarci.
A quel punto decidemmo semplicemente di chiudere quel capitolo. Pochi giorni dopo caricammo le nostre cose in macchina e ci trasferimmo nel nuovo appartamento.
Senza voltarci indietro. Fu l’inizio di uno dei periodi più belli della nostra esperienza australiana. Avevamo finalmente il nostro piccolo nido.
Passavamo le serate a cucinare, correvamo sul lungomare dopo il lavoro e nei weekend organizzavamo cene e barbecue con Tom e Lou, che nel frattempo erano diventati amici sempre più importanti.
Eravamo davanti al mare, avevamo un lavoro stabile, una casa tutta per noi e un sogno che si avvicinava ogni settimana di più.
Per la prima volta da quando eravamo arrivati in Australia, ci sentivamo davvero tranquilli.
Ma davvero sta succedendo?
Avevamo tutto. Una casetta dei sogni, una macchina e un lavoro. Però era arrivato il momento di iniziare a pensare a una data di partenza per il nostro on the road e a camperizzare la macchina.
A inizio giugno decidemmo di approfittare di un public holiday, un giorno festivo, per andare a Melbourne in un grande 4WD (negozio per tende e attrezzatura da campeggio) e comprare tutto il necessario: tenda, frigo, batteria e chi più ne ha più ne metta. Volevamo acquistare le cose principali nuove, così da poter rivendere la macchina già camperizzata nelle condizioni migliori a fine viaggio.
Fu una giornata bellissima. Uscimmo dal negozio con la macchina completamente piena e spendemmo quasi 2.000 dollari per la camperizzazione. Le ultime cose le recuperammo con calma tramite Facebook Marketplace o da Kmart: tavolo, sedie, tanica per la benzina, tappetino da picnic e la retina per le mosche, assolutamente indispensabile.
Nico comprò anche del compensato e costruì una specie di ripiano nel bagagliaio, dove fissare il frigo, insieme a un grande cassetto chiudibile con un lucchetto.
Piano piano tutto stava prendendo forma e noi eravamo più carichi che mai. In mezzo a tutto questo processo decidemmo anche una data. Il nostro ultimo giorno di lavoro sarebbe stato il 22 agosto ed esattamente una settimana dopo, sistemate le ultime cose, saremmo partiti.
Il momento più difficile fu dare il preavviso al lavoro. Avevamo paura di non essere capiti, ma, come spesso accade, i muri sono soprattutto nella nostra testa. La nostra datrice di lavoro la prese benissimo e ci augurò il meglio.
Il 22 agosto fu un giorno bellissimo. Lavorammo tutta la mattina e la sera uscimmo con i colleghi per festeggiare. Era stata un’esperienza fantastica, che aveva segnato una parte importante del nostro capitolo australiano. Ora eravamo pronti a scoprire davvero quella terra che sognavamo da così tanto tempo.
Un sogno che si realizza
30 agosto 2025. Il giorno che aspettavamo da mesi era finalmente arrivato.
Ci eravamo presi una settimana per organizzare tutto: la macchina, l’attrezzatura, gli ultimi controlli, scaricare le mappe offline e studiare ancora meglio il percorso. Non ci sentivamo del tutto pronti, ma sapevamo che quella sensazione accompagna sempre l’inizio di un lungo viaggio. L’avevamo già vissuta e avevamo imparato che non bisogna combatterla, ma accettarla. Seguire l’istinto. Perché se aspetti di sentirti pronto al cento per cento, rischi di non partire mai. Il segreto è fare quel primo passo: una volta iniziato, tutto il resto viene da sé.
Come se non bastasse, quel giorno pioveva senza sosta e faceva un freddo da battere i denti. Ci guardammo negli occhi e ci dicemmo: “O ora o mai più.” Perché se aspetti sempre il sole, la temperatura perfetta o le condizioni ideali, rischi di rimandare all’infinito. A volte i momenti giusti non si aspettano, si creano.
Così, quel 30 agosto, nel pieno di un inverno australiano che sembrava non voler finire mai, partimmo per quello che sarebbe diventato uno dei viaggi più incredibili della nostra vita. Oltre 26.000 chilometri percorsi, cinque stati attraversati e un’infinità di meraviglie. Coste selvagge, deserto rosso, foreste pluviali e luoghi che ancora oggi facciamo fatica a descrivere a parole.
E qui, in fondo, c’è poco da raccontare. Perché da qui saranno le immagini a parlare.
Taggato Victoria
