Come si costruisce un personal brand partendo da zero?

laura e nico
Come abbiamo fatto noi, tra errori, cadute, studio e tanta pratica. E come puoi farlo anche tu.

In questo articolo

Il primo incontro con il marketing

Ho avuto il mio primo approccio al mondo del marketing durante l’ultimo anno di università.
Studiavo Economia e Gestione dei Servizi Turistici a Oristano, in Sardegna. È il luogo dove sono cresciuta, dove ho frequentato il liceo classico tra greco e latino e dove ho deciso di restare a fare anche l’università.
Laura all'università
Laura all'università
A dire la verità, studiare a Oristano non era il mio sogno. Una volta finito il liceo sarei voluta scappare lontano, almeno per un po’. Ma, come spesso accade, avevo le idee confuse. Non sapevo cosa volessi fare da grande, non che adesso sia molto più semplice, ma diciamo che un po’ di struttura l’ho acquisita.
Ero divisa tra una scelta di cuore, verso le materie letterarie che mi avevano sempre stregata, e altre dettate dalle necessità lavorative e dalle paure create da un mercato del lavoro molto precario.
Fatto sta che, dopo l’esame di maturità, mi convinsi, anche su consiglio di mio fratello, a iscrivermi a Economia. E perché non scegliere l’unico corso distaccato con sede a Oristano anziché a Cagliari? Economia e Gestione dei Servizi Turistici presso il Consorzio UNO. Avrei risparmiato parecchio e, soprattutto, non avrei gravato sui miei genitori, che oggettivamente non potevano permettersi gli studi fuori sede.
Beh, mi iscrissi e, inaspettatamente, quel corso su cui non avrei scommesso una lira si rivelò, nel giro di poche settimane, una delle migliori scelte che avessi mai potuto fare.

L’Università a Oristano era una piccola grande famiglia. Avevamo un rapporto speciale con coordinatori di corso, professori e colleghi, cosa di cui molti miei amici che studiavano a Cagliari si lamentavano. L’università organizzava eventi super coinvolgenti con realtà nazionali e internazionali importanti. Insomma, non era il classico percorso di studio a scatola chiusa.

laura ai tempi dell'università
Ma veniamo al dunque. In quest’ambiente così bello e stimolante, al terzo anno venni a conoscenza del marketing. Avevamo un intero semestre dedicato alla materia: Marketing del Turismo e Marketing delle Destinazioni, con un workshop guidato da un’esperta di TripAdvisor, progetti pratici e lavori di gruppo. Insomma, uno spasso.

Mi innamorai di quella materia teorica, ma che lasciava tantissimo spazio alla creatività e, soprattutto, all’autenticità.

E sottolineo questa parola perché è una delle parole chiave di tutto questo racconto.
Avevo deciso: volevo continuare sulla strada della comunicazione. Mi piaceva scrivere, progettare, comunicare e viaggiare. Su questo non c’erano dubbi. E lavorare nel marketing mi avrebbe permesso di unire tutte queste passioni, grazie alla sua incredibile versatilità.
Quell’anno feci domanda per il progetto Erasmus e scelsi Londra, dove avrei svolto il tirocinio presso un tour operator fondato da un imprenditore sardo che era stato ospite di un panel organizzato dall’università.
Mi presero.
laura a londra

Partii per Londra e finii per rimanerci anni anziché mesi.

Lavorai nel settore della ristorazione e, dopo anni di sacrifici, riuscii a iscrivermi a un Master in Digital Marketing al King’s College London.
king's college - londra

Nonostante abbia seguito quel corso quasi interamente da casa a causa del Covid, tutte le lezioni erano online e non nel campus, lo amai.

In particolare, mi appassionai all’esame di Social Media Marketing.
Erano già gli anni in cui iniziavano a emergere i creator e la comunicazione stava vivendo un grande cambiamento, con la nascita dei personal brand.
Era bellissimo vedere attivisti, scrittori ed esperti di qualsiasi settore poter utilizzare questi canali per dare vita ai propri progetti. Per la prima volta sembrava che tutti potessero avere uno spazio, non solo chi aveva grandi risorse economiche a disposizione.
In particolare, iniziai a interessarmi ai casi studio di quelle che allora venivano chiamate travel blogger, soprattutto donne, e a come, attraverso il loro modo di viaggiare, divulgassero una visione più etica e sostenibile del turismo.
Mi sarebbe piaciuto tantissimo fare lo stesso, un giorno.
Nel frattempo, decisi che quello sarebbe diventato l’argomento della mia tesi di laurea:

“Come i content creator possono influenzare comportamenti sostenibili all’interno di una destinazione turistica.”

Da una tesi di laurea al personal branding

Quel progetto non poteva finire in un cassetto.
Laura

Come racconto in questo articolo, io e Nico avevamo deciso di partire per un viaggio a lungo termine. Ma quel viaggio non era fine a sé stesso: faceva parte di un progetto più grande. Volevamo raccontare il mondo, raccontare noi stessi e costruire un personal brand che ci permettesse, un giorno, di lavorare come liberi professionisti, collaborare con brand che condividessero i nostri valori e dare vita a tanti altri progetti in cui credevamo.

Da una passione in comune e da due competenze complementari, digital marketing e fotografia, è nato:
Abbiamo lavorato per mesi al concept, a cosa volevamo comunicare, alla nostra identità visiva e, infine, con l’aiuto del nostro amico designer Enrico Zuccarello, abbiamo creato un logo che rappresentasse davvero noi e la nostra storia.
Ma quelle erano solo le fondamenta.
Perché costruire un brand sulla carta è molto diverso dal costruirlo nella realtà. Negli anni abbiamo capito che ci sono alcuni passaggi che rifaremmo esattamente nello stesso modo. Sono semplici da capire, ma richiedono tempo, onestà e tanta costanza.
Comunque, oggi voglio dirti i passi che abbiamo seguito per svilupparlo, che in realtà sono molto semplici puoi metterli in pratica anche tu.
Chi siamo
Sembrerà scontato ma, prima di costruire il nostro spazio di storytelling, dovevamo rispondere a questa domanda.

Spesso viviamo la nostra vita ogni giorno, abbiamo personalità e passioni ben definite, punti di forza e debolezze. Ma quanto spesso ci chiediamo davvero chi siamo? Poco, direi.

Parto dal presupposto che, personal brand o no, dovremmo interrogarci più spesso su chi siamo e cosa ci facciamo qui, ma questo è un discorso molto più ampio.
Per noi questo passaggio è stato fondamentale. Un personal brand non nasce scegliendo un nome o aprendo un profilo Instagram, nasce dalla consapevolezza. Se non hai chiaro chi sei, sarà molto difficile comunicarlo agli altri in modo autentico.
Cosa vogliamo trasmettere? Comunicare? Divulgare?
Prima di lanciarsi nella creazione di un personal branding, che sia un progetto di prodotto come una linea di moda o una pagina di creazione di contenuti come nel nostro caso, dobbiamo capire qual è il messaggio che vogliamo far arrivare. Ed è un messaggio che si collega inevitabilmente anche ai nostri valori.
Per noi, per esempio, era importantissimo parlare di turismo sostenibile, del fatto che essere viaggiatori oggi non implica solo libertà di scelta ma, prima di tutto, responsabilità.

Una volta capito cosa vogliamo comunicare si può passare al come.

Una riflessione che abbiamo fatto nel tempo è che messaggio e valori non sono la stessa cosa. Il messaggio è ciò che racconti, i valori sono il motivo per cui lo racconti. Sono quelli che guidano ogni scelta: dalle collaborazioni che accetti a quelle che rifiuti, dai prodotti che consigli al linguaggio che utilizzi. Se i valori sono chiari, anche il tuo brand sarà coerente.

Come vogliamo farlo?
Ovviamente questo si ricollega ai primi due punti perché, affinché una brand identity (cioè la tua identità e il tuo posizionamento) funzioni, tutto deve essere in armonia.
Il nostro tone of voice, le immagini, i colori, il logo, il sito e il modo in cui raccontiamo le nostre esperienze cambiano molto a seconda di come vogliamo comunicare.
La brand identity non è solo una questione estetica. È il modo in cui le persone iniziano a riconoscerti e, soprattutto, a ricordarsi di te. Ogni scelta comunica qualcosa, anche quando non ce ne rendiamo conto.
A chi vogliamo parlare?
Questa è una delle domande che più spesso viene sottovalutata. All’inizio si tende a pensare: “Voglio parlare a tutti.”
In realtà è impossibile. Più provi a parlare a tutti, più rischi di non parlare davvero a nessuno.
Noi non volevamo raggiungere qualsiasi viaggiatore. Volevamo parlare a persone che condividessero il nostro modo di vedere il viaggio: più lento, più consapevole, più rispettoso dei territori e delle comunità locali.
Capire a chi vuoi parlare ti aiuta anche a capire cosa ti rende diverso. Quando abbiamo iniziato esistevano già tantissimi creator di viaggio. La domanda non era “come possiamo essere gli unici?”, perché sarebbe stato impossibile. La domanda era: qual è il nostro punto di vista?
È proprio il tuo punto di vista che rende unico un personal brand, molto più del settore in cui lavori.
La costanza conta più della perfezione.
Questo è un punto che avrei voluto capire molto prima. Molti pensano che basti un contenuto virale per costruire un personal brand.
La realtà è che il personal branding si costruisce giorno dopo giorno. Con la costanza.
Con la voglia di continuare anche quando i risultati non arrivano subito. Le persone iniziano a fidarsi di te quando sanno cosa aspettarsi, e questa fiducia nasce dalla coerenza nel tempo.
Sperimentare fa parte del percorso.
Quando si inizia si pensa spesso di dover trovare subito la formula perfetta. La verità è che quella formula non esiste.
Noi abbiamo cambiato tantissime cose nel tempo: il logo, il sito, il modo di scrivere, i format dei contenuti, le fotografie e persino alcuni obiettivi del progetto. E va bene così.
Anche il tuo personal brand cresce insieme a te.
Non possiamo evitare errori. Punto fondamentale.
Puoi studiare, leggere libri, seguire corsi e pianificare tutto nei minimi dettagli. Ma gli errori arriveranno comunque.
Ci saranno contenuti che non funzioneranno, collaborazioni che si riveleranno meno adatte del previsto, idee che cambieranno strada.
Ed è normale. Noi stessi siamo partiti con un progetto che, nel corso degli anni, si è trasformato tante volte. Se avessimo aspettato di essere perfetti, probabilmente non avremmo mai iniziato.
L’importante è imparare dagli errori, analizzarli e continuare a migliorare.
L'autenticità. L'ultimo punto, ma il più importante.
Laura e Nico - Nilli birds
Ho lasciato questo punto per ultimo perché, in realtà, è quello da cui parte tutto.

Quando all’università mi sono innamorata del marketing, la parola che più mi colpì fu proprio autenticità.

Negli anni si è parlato tantissimo di algoritmi, strategie, crescita sui social e personal branding. Tutti aspetti importanti, certo. Ma c’è una cosa che abbiamo imparato costruendo Nilli Birds: nessuna strategia funziona davvero se manca autenticità.
Essere autentici non significa condividere ogni aspetto della propria vita privata. Significa essere coerenti con ciò che si è, con i propri valori e con il proprio modo di vedere il mondo.
Le persone non si affezionano a un feed perfetto. Si affezionano alle persone.
Per questo credo che il personal brand non sia un personaggio da costruire, ma un processo attraverso cui impariamo a raccontare, sempre meglio, chi siamo davvero. Se cerchiamo di sembrare qualcun altro, forse riusciremo ad attirare attenzione.
Ma se impariamo a comunicare ciò che siamo davvero, costruiremo qualcosa di molto più importante: la fiducia. E la fiducia, nel lungo periodo, vale molto più della viralità.
Ma poi, quanto è bello portare le connessioni fuori da una piattaforma? Usiamo i social per quello che, in fondo, sono stati creati: creare connessioni umane.
Perché non siamo schermi. Siamo Persone.

Errori da evitare (assolutamente)

Una delle nostre più grandi paure, ma probabilmente anche uno degli errori che abbiamo commesso all’inizio, è stato quello di rischiare di snaturarci.
Cercare di interpretare un ruolo, una parte. Adattarci ai trend, alle mode del momento, a ciò che sembrava funzionare per gli altri. Ed è un errore molto comune quando si inizia a costruire un personal brand.
Il problema non sono i trend in sé. I trend possono essere strumenti utilissimi per raggiungere nuove persone e sperimentare nuovi formati. Il problema nasce quando iniziamo a usarli dimenticandoci chi siamo e cosa vogliamo realmente comunicare.
Ho lavorato come Social Media Manager e come Marketing Executive prima di aprire Nilli Birds. Avevo quindi studiato il mondo della comunicazione, conoscevo le dinamiche dei social e avevo osservato per anni altri creator. Sapevamo cosa mi piaceva e cosa no. Sapevamo quale stile avremmo voluto dare a questo spazio.
Eppure, quando abbiamo iniziato, siamo caduti anche noi nella trappola dei trend.
Nel settore del viaggio, per esempio, alcuni format sono diventati estremamente popolari:
“Le 5 cose da fare a… “Quanto abbiamo speso in un mese in…” “Quanto costa viaggiare in…”
Sono contenuti che hanno avuto un enorme successo soprattutto nei primi anni dei social media e che, ancora oggi, possono funzionare in determinati contesti. Ma c’è una differenza importante: un contenuto può essere utile senza necessariamente rappresentare chi lo crea.
Negli anni i social si sono riempiti di contenuti molto simili tra loro: informativi, veloci, spesso impersonali. E noi, spinti dalla voglia di far crescere il progetto e costruire una community, abbiamo provato a seguire quella strada.
Ecco uno dei nostri primi video: “Quanto abbiamo speso in un mese in Thailandia”, con numeri precisi e una struttura studiata nei minimi dettagli.
Lo abbiamo lasciato perché ci piace guardare indietro e vedere il percorso fatto. Non perché sia un contenuto sbagliato, ma perché rappresenta una fase di sperimentazione.
Anche questo fa parte della costruzione di un personal brand: provare, osservare, capire cosa ci rappresenta davvero e cosa invece no. Questo non significa che i contenuti informativi non abbiano valore.
Anzi, possono essere molto utili. La differenza sta nel modo in cui vengono raccontati. Un contenuto informativo può diventare personale quando porta dentro il tuo punto di vista, la tua esperienza, il tuo modo di vedere le cose.
Da lì abbiamo iniziato a creare contenuti su tematiche simili, ma con un approccio più vicino alla nostra identità, e abbiamo visto una risposta molto più forte da parte della nostra community.
La morale della favola?

Be yourself.

Parla come parleresti a un amico. Comunica con passione, non come se stessi recitando una parte. Scegli tematiche che ti interessano davvero e costruisci qualcosa intorno a ciò in cui credi.

Perché alla fine le persone non cercano solo informazioni. Cercano connessioni, sogni, verità e imperfezioni ed è proprio quella autenticità che, nel lungo periodo, costruisce un personal brand capace di durare nel tempo.

Qualità, non quantità

Un altro errore che vedo fare spesso, e che anche noi abbiamo commesso, merita un paragrafo a parte. Quando si inizia si pensa che per crescere sia necessario pubblicare ovunque: Instagram, TikTok, YouTube, Pinterest, LinkedIn e chi più ne ha più ne metta e magari tutti i giorni, più volte al giorno.
Per anni i social ci hanno fatto credere che il segreto fosse la quantità. Oggi sappiamo che non è così. Pubblicare tanto non significa costruire un personal brand. Significa semplicemente pubblicare tanto.
Quello che costruisce davvero una presenza online è la qualità: contenuti che raccontano qualcosa, che lasciano un pensiero, che aiutano, ispirano o fanno sentire qualcuno meno solo.
Preferisco pubblicare due contenuti a settimana di cui sono davvero soddisfatta piuttosto che sette contenuti creati solo per “riempire il calendario editoriale”. Questo non significa che la costanza non sia importante. Anzi.
La costanza è fondamentale, ma deve essere sostenibile. È molto meglio riuscire a pubblicare con continuità per un anno, piuttosto che pubblicare tre volte al giorno per un mese e poi sparire.
Anche gli algoritmi cambiano continuamente. La qualità di ciò che costruiamo, invece, resta.

Il mantra deve essere: crea meno, ma crea meglio.

Dai contenuti alla community

Per costruire un personal brand forte, però, i contenuti da soli non bastano. Il vero obiettivo non dovrebbe essere accumulare follower, ma costruire una community. Possiamo avere migliaia di persone che ci seguono, ma se nessuno commenta, fa domande, condivide i nostri valori o si ricorda di noi, quei numeri hanno poco significato.
È un po’ come parlare davanti a un’aula piena di persone che guardano il telefono: sono presenti, ma non stanno davvero ascoltando.

Una community è qualcosa di diverso. È fatta di persone che tornano, che partecipano alle conversazioni, che aspettano i tuoi contenuti, che ti scrivono per raccontarti la loro esperienza o semplicemente per dirti che si sono riconosciute in una tua storia.

Ed è proprio qui che, secondo me, nasce il valore di un personal brand. Non nella capacità di raggiungere milioni di persone, ma nella capacità di creare una relazione autentica con quelle giuste.
Per questo cerchiamo sempre di rispondere ai messaggi, leggere i commenti, chiedere opinioni e ascoltare chi ci segue. Perché i social, prima ancora di essere strumenti di comunicazione, sono strumenti di relazione.
E una relazione funziona sempre in due direzioni.

Per finire…

Questa non vuole essere una guida da seguire alla lettera. Non esiste una formula universale per costruire un personal brand, perché non esistono due persone uguali.
Quello che ha funzionato per noi potrebbe non funzionare allo stesso modo per qualcun altro. Ma se c’è una cosa che questi anni ci hanno insegnato è questa: studia, sperimenta, crea, sbaglia, osserva, ricomincia.

E, soprattutto, Divertiti e sii te stess*. Perché il personal brand più forte che potrai mai costruire sarà sempre quello che ti assomiglia davvero.